Ha vinto Riyad, a Roma il 10% dei voti

Non solo abbiamo perso la corsa a tre per ospitare l’Expo 2030, ma siamo arrivati ampiamente ultimi. Hanno votato 165 paesi e a nostro favore si sono espressi in 17! Un decimo delle preferenze, una figura davvero barbina, da sotterrarsi per la vergogna. Busan, la metropoli sudcoreana che sulla carta non aveva nessuna chance, ha preso 12 voti più di noi. Trionfo totale di Riyad, 119 voti. Escluso anche il ballottaggio dal momento che la quota dei due terzi (110 voti) l’hanno esageratamente superata.

Quindi, dopo Dubai, dopo Osaka 25, si tornerà ancora in oriente e in un paese arabo in particolare. Tutte le nostre carte puntate sulla storia, l’arte, la cultura, l’accoglienza; sui tremila anni della Città Eterna capace di rinnovarsi, culla del diritto, la Capitale con più patrimoni dell’umanità: fesserie. Il guaio è che si sapeva, che non erano questi gli argomenti per convincere la maggioranza dei paesi al voto, per lo più stati del terzo mondo e molto più sensibili ad altri discorsi, altri trattati e accordi commerciali, utilità spicce e godibili a breve. Noi abbiamo proposto Giulio Cesare e Roberto Bolle, i Fori imperiali e i giochi d’acqua: ad elettori per i quali l’acqua è un bene primario, di balletti han visto solo quelli tribali e la storia di Roma è roba di due millenni fa. Meglio chi ci promette un aiuti a breve in cambio del voto, un aeroporto, carburante a prezzo scontato. O anche lo scambio armi contro petrolio, come ha fatto la Francia senza tanti problemi.

Come potevamo fare anche noi, mettendo sul piatto una ritirata onorevole in cambio di altri commerci. E invece abbiamo fatto finta di crederci, di poter ribaltare un tavolo che già un anno fa ci dava perdenti. I sauditi sono venuti a spernacchiarci organizzando, addirittura al Pincio, una settimana pubblicitaria. E convincendo l’amata squadra di calcio a pubblicizzare Riyad niente meno che sulla gloriosa maglia da gioco giallorossa. Fino all’ultimo abbiamo indotto uomini e donne della politica, della diplomazia, dell’arte, della cultura, dello sport a spendersi per un progetto che non stava in piedi, gestito evidentemente (visto il risultato) da persone non all’altezza. Il sito ufficiale non è riuscito nemmeno a correggere un titolo (“Un Expo”) scritto senza l’apostrofo. Abbiamo speso milioni in una campagna di promozione incomprensibile soprattutto all’estero, sponsorizzando il turismo, il Giro d’Italia, schiere di nani e ballerini: un miscuglio di cose e persone di cui nel Togo, in Oman o alle Isole Vergini ignorano l’utilità e l’esistenza. Paesi dove gli sceicchi si presentavano coi progetti di fabbriche, strade, una diga, l’acquisto di derrate alimentari, la costruzione di qualche scuola. E la frase “Non c’è Dio all’infuori di Allah e Maometto è il suo profeta” a campeggiare, con una sciabola sguainata, sullo sfondo verde della loro bandiera. Noi abbiamo avuto l’appoggio morale del Vaticano. Forse, un aiuto a perdere. Come quello sussurrato degli Stati Uniti o del Brasile. 

Insomma una Caporetto totale, che coinvolge sindaco presente e passato, istituzioni, progettisti, politici e diplomatici. Ognuno colpevole di una sostanziale miopia su come vanno le cose nel mondo, quali siano i bisogni urgenti da privilegiare per convincere chi ci deve scegliere. Giorgia Meloni ha cavalcato l’idea fino a un certo punto, poi ha disertato il Bureau parigino al momento del voto avendo fiutato a quale débâcle saremmo andati incontro. Eravamo riusciti all’ultimo momento a far leggere a Jannik Sinner un videomessaggio di circostanza (per i sauditi si è speso Ronaldo) con il quale invitava a votare per Roma, città candidata col numero 2, “quanti sono i set per vincere a tennis”. Ma chi gliel’ha scritta quest’ultima scemenza?

Solo due aspetti positivi. non verrà restaurata la Vela di Calatrava e così abbiamo risparmiato centinaia di milioni. E non verrà costruita quella orrenda torre di evaporazione, alta il doppio del Colosseo, che avrebbe deturpato anche la disgraziata periferia di Roma est.

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