Grandi eventi, conviene o no?

Perché Roma, dopo aver rinunciato a proporsi come città olimpica per 2024, si candida adesso all’Esposizione universale 2030? Sono sicuramente situazioni e manifestazioni diverse. Hanno in comune grandi affluenze di pubblico, visibilità planetaria, possibilità di rinnovamento urbano. Ma la maggior parte delle costruzioni dedicate allo sport olimpico rimane poi difficile da utilizzare e mantenere; mentre per l’Expo si può saggiamente prevedere un successivo impiego delle strutture, sistemando la mobilità e recuperando magari spazi degradati. Ma è sempre avvenuto così nel recente passato?

Torino ha rinunciato a ospitare le Olimpiadi invernali del ‘26, ma poi si è aggiudicata le finali tennis Apt di quest’anno e le Universiadi del ‘25. Milano ospiterà insieme a Cortina i giochi invernali del ‘26 e sta sfruttando l’onda lunga dell’Expo 2015. Genova e Matera sono state Capitali europee della Cultura (rispettivamente 2004 e 2019), la città della Lanterna sarà nel ‘24 Capitale europea dello Sport. Manifestazioni importanti, certo; ma il cui valore è un cinquantesimo rispetto a Olimpiadi o Expo. Che non sempre tuttavia hanno rappresentato un successo.

Senza andare troppo indietro nel tempo ma considerando taluni cambiamenti epocali, c’è subito da osservare che i giochi olimpici del 1984 a Los Angeles segnarono una svolta per un motivo molto semplice: i proventi dei diritti televisivi. Si capì che grandi metropoli, città portuali o industriali, avrebbero potuto trasformarsi rigenerando il proprio tessuto urbano. Ma già le Olimpiadi invernali in Norvegia nel ‘94 (nessuno sviluppo), quelle estive di Atlanta ‘96 (nessuna riqualifica del centro), i Giochi del 2000 a Sydney (impianti sovradimensionati rispetto al successivo utilizzo) e quelli di Atene 2004 si rivelano puntualmente un mezzo flop. Con l’eccezione di Barcellona dove nel ‘92, grazie a saggi progetti architettonici, si sono avuti formidabili passi in avanti per mobilità, immagine internazionale e turismo. Un successo che ha saputo ripetere Londra nel 2002 pianificando in anticipo la riqualificazione delle zone degradate dell’East End. 

Come ha osservato Chito Guala, del Centro di ricerca in studi urbani dell’Università di Torino, “l’eredità di un evento diviene più importante dell’evento stesso. Ciò vale a maggior ragione per le aree delle Esposizioni Universali, la cui collocazione è spesso periferica rispetto alla città centrale, con grandi spazi coinvolti e molti padiglioni da convertire”. Tutto sta a evitare le cattedrali nel deserto una volta finito l’evento, programmando il dopo-Expo fin da subito: ogni cosa fatta dovrà essere riutilizzata al meglio negli anni a venire. Se saremo capaci, Roma risorgerà.

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