Roma verso l’Expo, i miliardi da gestire

Ma a quanto ammontano i fondi stanziati per riqualificare questa Città Eterna che se la passa sempre peggio? Beh, il Sole24Ore ha fatto un po’ di conti e tra Pnrr, Giubileo, Caput Mundi rifiuti ed Expo 2030 siamo vicini a 20 miliardi di euro. Una cifra così importante per la capitale richiede trasparenza, progetti ambientali duraturi, sostenibilità e innovazione. Ma anche controllo accurato di spese, appalti, criminalità, sicurezza nel lavoro…E chi dovrebbe sovrintendere tutto questo groviglio di affari, progettazioni, cambiamenti radicali della città capitale dello Stato italiano? Fra un anno potremmo ritrovarci a vivere (se Roma e l’Italia verranno designate a ospitare l’Expo del 2030) il primo giorno di una rivoluzione.

Un cambiamento così totale non c’è mai stato. Roma ne ha viste di tutti i colori nei tre millenni di storia: è stata per secoli il centro della civiltà, dell’arte, della politica; ha visto invasioni e devastazioni, ma è sempre risorta conservando testimonianze e fasti di un passato che non ha uguali al mondo. Adesso è vicina a un bivio: con l’Expo può uscire da una decadenza terribile e tornare Caput mundi; ma rischia pure di cadere nel baratro di una situazione irrecuperabile.

Chi dovrebbe occuparsi di gestire al meglio questo trapasso per farla restare Città Eterna? Il Governo e la sua politica (Dio ne scampi e liberi!). La Regione e il Comune (lasciamo perdere, va…). La magistratura (facile dire che sarà molto impegnata comunque). Ecco il punto: servirebbe un organismo davvero indipendente, capace di raccogliere e rappresentare e controllare un equilibrato progetto di questa imminente trasformazione. Un organismo con una visione larga, che non avesse obiettivi a tempo (la Vela di Calatrava, il suo abbandono, lo spreco di idee e soldi); ma con poteri di controllo e capace di esprimere il meglio per rigenerare davvero “persone e territorio”. Insomma, una rappresentanza delle teste migliori degli ambiti interessati e coinvolti in questa rigenerazione urbana e sociale. E non sarebbe male che pure il “cane da guardia” del giornalismo svolgesse le proprie funzioni. Fuori dalla stanza, però.

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